Ieri si è conclusa l’ultima giornata di Serie A: una stagione completamente opposta per Roma e Lazio, la nostra ricostruzione ed il voto finale
Ieri si è chiusa ufficialmente la Serie A e nella capitale il bilancio finale racconta due storie completamente diverse. Due facce della stessa città, due anime opposte che convivono da sempre sotto lo stesso cielo di Roma. Da una parte il sorriso largo dei giallorossi, dall’altra il dolore silenzioso della Lazio. Una stagione che verrà ricordata a lungo, ma per motivi diametralmente opposti.
Gasperini e la rivoluzione che ha cambiato la Roma
La Roma ha riportato entusiasmo, orgoglio e soprattutto una sensazione che da troppo tempo mancava: quella di poter tornare grande davvero. Quando in estate la società decise di affidare la panchina a Gasperini, gran parte della tifoseria accolse la scelta con freddezza. I suoi trascorsi a Bergamo pesavano come macigni e l’ambiente sembrava pronto a vivere l’ennesima stagione di transizione. E invece, come in quei film dove il protagonista entra in scena tra i fischi e ne esce da eroe, Gasperini ha ribaltato tutto.
La vera forza della Roma non è stata soltanto la classifica. È stata l’identità. Una parola abusata nel calcio moderno, ma che a Trigoria era sparita da anni. La squadra ha finalmente avuto un’idea di gioco chiara, feroce, verticale, riconoscibile. Una Roma intensa, compatta, aggressiva. Una Roma che lottava su ogni pallone come se fosse l’ultimo minuto di una finale.
Il capolavoro del tecnico è stato quello di trasformare una squadra destinata al sesto o settimo posto in una formazione capace di superare quota 70 punti e conquistare il terzo posto in Serie A. Un risultato enorme per la città di Roma, soprattutto perché riporta i giallorossi in Champions League dopo ben otto anni di assenza.
Determinante anche il mercato invernale. L’arrivo di Malen, fortemente voluto da Gasperini, ha cambiato il volto dell’attacco. L’olandese ha portato velocità, fame e gol pesanti. È stato il tassello mancante di una squadra che improvvisamente ha iniziato a credere davvero nei propri mezzi.
E poi c’è stato il popolo romanista. L’Olimpico, dopo qualche tentennamento iniziale, è tornato a essere una bolgia costantemente sold out. Perché Roma sa perdonare, ma soprattutto sa innamorarsi quando vede una squadra combattere con anima e sudore. Come diceva Massimo Decimo Meridio ne “Il Gladiatore”: “Quello che facciamo in vita riecheggia nell’eternità”. E questa stagione, nel cuore romanista, riecheggerà a lungo.
Le macchie europee che non cancellano il capolavoro
Certo, non tutto è stato perfetto. Le eliminazioni agli ottavi di Coppa Italia e di Europa League contro Torino e Bologna, entrambe arrivate all’Olimpico, restano ferite difficili da ignorare. Due cadute pesanti contro avversarie alla portata che hanno lasciato amarezza in un ambiente che iniziava a sognare.
Ma il calcio è fatto anche di prospettive. E oggi la Roma guarda avanti con un entusiasmo diverso. I cinquanta milioni e oltre garantiti dalla Champions League rappresentano ossigeno puro per costruire finalmente una rosa competitiva su tre fronti. Dopo anni di rincorse, il club sembra avere di nuovo una direzione chiara.
Il voto finale alla stagione della Roma non può che essere estremamente positivo: 8,5. Perché al di là dei numeri, i giallorossi hanno restituito orgoglio a una tifoseria che aveva bisogno di tornare a sentirsi protagonista.
Lazio, una stagione di dolore e resistenza
Se la parte giallorossa di Roma festeggia, quella biancoceleste vive uno dei momenti più difficili degli ultimi anni. Nel Lazio il calcio spesso assomiglia a una tragedia shakespeariana: orgoglio, sofferenza e resistenza. E questa stagione della Lazio è stata esattamente questo.
I problemi erano iniziati già a luglio, quando il mercato venne bloccato per questioni economiche e parametri non rispettati. Da quel momento si era capito che sarebbe stata un’annata durissima. In molti avrebbero abbandonato la nave. Non Sarri.
Il tecnico toscano è rimasto per amore di quel “popolo”, come ama chiamarlo lui. Un gesto quasi romantico in un calcio dove spesso comandano soltanto convenienza e contratti. Sarri è diventato il comandante solitario di una squadra che sembrava destinata ad affondare.
Sarri, ultimo uomo in piedi nella tempesta biancoceleste
La Lazio non ha praticamente fatto mercato in estate e a gennaio ha addirittura perso alcuni dei suoi pezzi migliori. Intorno, il caos. La protesta della tifoseria contro la società ha svuotato l’Olimpico, creando immagini quasi surreali per una piazza passionale come quella biancoceleste.
Eppure, dentro quel disastro sportivo ed emotivo, Sarri è riuscito a trovare qualcosa di straordinario: la dignità. Ha compattato il gruppo, ha evitato che la squadra precipitasse nelle zone più pericolose della classifica e ha valorizzato diversi giocatori.
Su tutti Motta, protagonista assoluto tra i pali. Le sue parate hanno trascinato la Lazio fino a una finale di Coppa Italia che a inizio stagione sembrava pura fantascienza. È vero, alla fine ad alzare il trofeo è stata l’Inter, ma il percorso resta quasi miracoloso considerando le condizioni in cui lavorava la squadra.
Inoltre Sarri lascia in eredità anche la possibilità di giocare la Supercoppa Italiana, probabilmente al tecnico che arriverà dopo di lui. Piccole gioie dentro una stagione complicatissima.
Il voto finale tra amore e rabbia
La stagione della Lazio divide inevitabilmente giudizi e responsabilità. Per Sarri il voto è altissimo, quasi commovente: 10. Per la società, incapace di supportare il tecnico e di dare stabilità al progetto, il voto è impietoso: 0.
La media finale porta a un 5 che racconta perfettamente il paradosso biancoceleste. Una stagione insufficiente nei risultati, ma salvata dall’umanità e dal lavoro di un allenatore che ha tenuto in piedi tutto quando tutto sembrava crollare.
Roma chiude dunque il campionato vivendo emozioni opposte. Da una parte la speranza di chi torna a sentirsi grande, dall’altra la malinconia di chi aspetta tempi migliori. Ma in fondo è anche questo il bello del calcio: vivere ogni stagione come fosse cinema, teatro e battaglia insieme.

